l’arrivo dei nostri primi due bambini

Come alcuni di voi sapranno, se vi è capitato di leggere i post precedenti, pochi mesi fa attendevamo l’arrivo dei nostri primi due bambini. Due, in contemporanea, programmati per nascere con un parto cesareo il 27 di ottobre.
Da quando i piccoli sono arrivati sono trascorsi tre frenetici, folli, indimenticabili mesi, volati senza un attimo di respiro, ed ecco perché, solo oggi, riesco ad aggiornare questo blog, mio personale quanto pubblico spazio di condivisione.

Tre mesi fa tornavamo a casa con tra le braccia un bimbo per uno, ed immediatamente sono cominciate le corse: immaginate di iscrivervi ad una disciplina sportiva impegnativa, e dal nulla farlo al livello agonistico. Immaginate ora di dovervi allenare tutto il giorno, senza sosta, con ogni muscolo coinvolto, con la testa sempre concentrata, un giorno dopo l’altro, per mesi.
Ora che mi riesco a fermare un attimo mi sento così, catapultata in una disciplina estrema dal nulla, con tutto il peso sulle spalle di un cambio incredibilmente repentino.

I nostri due gemelli, un maschio e una femmina, hanno deciso di nascere due giorni prima del parto programmato, avvertendomi con la rottura delle acque in una mattina che avevo appena fatto una pausa da lavoro; ero in casa, e avevo aperto a mio padre che mi aveva portato un sacco di vestiti per l’arrivo dei nostri primi due bambini. Non sospettavo nulla, eppure, poche ore dopo, più tranquilla di quanto non avrei mai immaginato, due medici mi porgevano i miei pargoletti, dagli occhi a fessura e le bocche spalancate in un pianto felice.
Avevo letto e mi ero informata tanto sull’arrivo di un bambino, che già da tempo pregustavo i momenti in cui li avrei tenuti attaccati a me, ce ne saremmo stati a casa tranquilli, osservandoci.
La realtà è stata ben diversa, perché l’ospedalizzazione è sempre un momento traumatico, pesante, freddo. Attorno a te si danno il cambio tante persone, più o meno sbrigative, che decidono come e quando allontanarti i bambini, che latte dare loro, quanto ancora oltre trattenerti in ospedale.
Tornati a casa ero stanca, felice finalmente di averli tutti per me, ma preoccupata, perché loro erano stati due giorni pieni in terapia neonatale, a bere latte non mio, e solo a distanza di giorni ne sentivo veramente le voci, che non sapevo se chiedevano di essere addormentate, nutrite, coccolate, cambiate.
Guardando indietro so che questo momento di spaesamento è durato non più di due giorni, due giorni in cui mi trascinavo per la casa piegata in due per il dolore alla pancia tagliata, e che ancora doveva ricomporsi, e la schiena, che si era abituata a sorreggere 20 kg in più, ora destabilizzata, e i piedi ancora gonfi, e le braccia piene di buchi per le flebo.
Poi, improvvisamente, è arrivata la calma. Mi sono resa conto che tutte le persone che erano state attorno a me, in quei cinque giorni, dandosi il cambio e non lasciandomi mai sola, erano riuscite ad incoraggiarmi, si erano prese cura di me e soprattutto avevano preso in mano le redini della casa, e una volta tornati ai nostri ritmi io non dovevo pensare più a nulla, se non ai bambini.

I miei genitori, mia sorella, ma soprattutto la madre e il padre di Lorenzo, che avevano prenotato l’aereo proprio per il 25 ottobre (vedi il destino!), si sono affaccendati senza sosta facendomi sentire un ospite, aiutandomi con i bimbi senza mai essere invadenti e correndo in farmacia o al supermercato per le tante urgenze dei primi giorni. Non nascondo il disagio dei primi momenti; io, che appunto avevo immaginato di tornare tranquilla a casa e godermi la famiglia in serenità, non avevo calcolato che non avrei mai potuto farne gli onori come si conviene, preparando da mangiare, chiacchierando amabilmente o, più banalmente sistemando i letti per tutti. E’ vero che in famiglia di questi problemi non ce ne sono, ma ci sono una serie di conflitti interni, quando si diventa genitori, che è difficile sbrogliare per lungo tempo.
Non riuscire a stare dietro alla casa come si vorrebbe, per mesi; non riuscire a lavorare come si vorrebbe, per mesi; non dedicare tutto il tempo che si vorrebbe a ciascuno dei bimbi, per mesi. Uno dei motivi per cui, finalmente, riesco a scrivere un po’ di quello che sta succedendo, è che ho avuto la spinta leggendo un magnifico articolo della mia amica Sara, che spiega come non sia facile accettare la propria nuova, difficile, vita. Vi invito a leggerlo, lo trovate qui.

Alla fine, mi ci sono voluti due mesi pieni per fare le prime, semplici, cose. Adattarmi al fatto che quando non si dorme (lo si fa, la notte, ad intervalli di due ore, quelli che separano una poppata dall’altra) non esistono più il giorno e la notte, ma solo un’ unica infinita e interminabile giornata, dove le ore si succedono, frenetiche, dettate dai ritmi di nutrimento dei piccoli. Come scrivevo, la vita si tramuta in un eterno allenamento senza sosta, ed è come quando arriva l’estate, che è necessario andare in vacanza non solo perché è caldo e a stare in città il cervello si fonde, ma anche perché l’anno lavorativo ha bisogno di una pausa netta, dopo la quale si ricomincia con spirito vivo e rinnovato. Allo stesso modo, non ci pensiamo mai perché è apparentemente scontato, il sonno scandisce il giorno e la notte, e ci fa passare al giorno dopo.
Quando invece la notte non esiste, ma è solo un susseguirsi di ore che scorrono via veloci, c’è una specie di blocco mentale che ti fa perdere il senso delle cose, che innesca la modalità gesti automatici (preparazione pasti, lavaggio vestiti, visita pediatra, ninna nanna ai bimbi), e che ti lascia in uno spaesamento continuo in cui non si sa più che giorno e ora siano. In tutto questo, allattare è difficile, così come dedicare tempo a ciascuno dei bambini, uno per volta. Loro sono tutto insieme: mangiano e urlano insieme, vogliono stare in braccio insieme, poi cominciano a sorridere insieme, a muoversi insieme, e solo una mamma di gemelli sa quanto è faticoso soddisfare tutti e due. E uno lo si calma con il ciuccio, mentre l’altro lo si imbocca con il biberon. Quando l’ultimo ha finito di mangiare lo si tira su per il ruttino mentre con il gomito si cerca di trattenere il primo che ha perso il ciuccio. Solo per fare un esempio. La corsa continua che determina in ogni istante il tentativo di allattarli al seno a fine giornata ha prodotto pochi, inestimabili, momenti di calma, durante i quali con un bambino in braccio e l’altro nella sdraietta, si riesce ad appoggiare la testa allo schienale del divano e ci si addormenta, con effetto immediato, per qualche minuto, fino alla prossima emergenza.

Gestire due bambini è tanto difficile anche se si è presenti e partecipi entrambi i genitori; anche se, nel nostro caso, uno dei due va a lavorare tutto il giorno dopo una notte senza sonno; anche se al ritorno passa a fare la spesa e tutte le commissioni che prima dell’arrivo dei nostri primi due bambini si facevano con calma, insieme. Lorenzo non ha mai, neanche per un secondo, detto che siccome lui era impegnato durante il giorno la sera voleva riposarsi. Si è preso le sue responsabilità di padre fin dal primo momento in cui abbiamo scoperto che ero incinta, e se non hai una persona al tuo fianco che ti aiuta, tutto questo è impossibile, da manicomio.

Questo il resoconto dei primi due mesi insieme ai nostri bambini. Poi, è successa una cosa magica. Sono cresciuti. Sono raddoppiati di forma e peso, hanno cominciato a mangiare di più e meno spesso, facendoci prendere una boccata d’aria e permettendoci di recuperare parte del sonno perso, e un giorno, il primo di gennaio, hanno dormito per la prima volta nella loro stanzetta. La loro prima notte fatta di una lunga dormita di otto ore, la prima di una lunga serie che ci ha permesso di tornare persone normali, felici genitori che si godono i propri figli giocandoci tutto il giorno.

Siamo tornati entrambi a svolgere parte delle nostre faccende quotidiane e personali: fare la doccia con calma, uscire e spassarcela con gli amici, trascinandoci due esserini sempre sorridenti e smaniosi di andare in braccio a tutti. Io ho ripreso a pieno ritmo l’attività di grafica che ho, faticosamente ma con grandi risultati, messo in piedi da sola negli anni, e ho ricominciato ad incontrare futuri sposi che mi hanno affidato la creazione di una parte preziosa del loro matrimonio in arrivo.

Una frammento della mia mente, anche quando, per poche ore alla settimana, sono distante dai miei bambini, è sempre inconsciamente legato a loro. Che sono la meraviglia più grande che potessi chiedere, e di cui, nel profondo, ancora non mi capacito.

-Riporto, di questo lungo racconto, un post scritto da Angelica, che insieme a quello di Sara sono stati di grande ispirazione per tornare a scrivere. –

“Mica posso stare tutto il tempo col seno di fuori!
Si deve proprio attaccare ogni 10 minuti!
E chi si occupa della casa!!! E chi cucina?
E chi accoglie i parenti e gli amici?
Ma io voglio uscire!!! Come faccio se deve mangiare di continuo!
Così non è vita!
Mi sento sciatta e sola.
Si attacca e piange.
Ho il seno morbido e mi sembra di non avere latte!
Perché piange? Cosa avrà? Avrà mica fame?
Eh mi sa che non hai più latte, vedi se provi a dargli l’aggiunta come dorme?
Ecco, perché aveva fame povero.
Secondo me dovresti far passare 3 ore tra una poppata e l’altra, altrimenti non vivi. E se piangere lascialo piangere che gli si aprono i polmoni.
La notte dagli il biberon così dorme di più.
Guardalo come è furbo: così piccolo e già fa i capricci!
Smette appena lo attacchi!
Ah povera te, cosa ti aspetta!

Ciao mamma,
Sono il tuo piccino.
Mi trovavo contenuto al caldo nella tua pancia, non conoscevo la fame, il freddo, la luce e le sensazioni di avere addosso vestiti e pannoloni.
Sentivo la tua voce, il fruscio continuo del tuo sangue e qualche rumore di tutti i giorni.
Ero sempre attacco a te, cullato stretto.
Poi sono stato messo all’improvviso in una condizione nuova: i polmoni si sono riempiti di aria, ho sentito per la prima volta la mia voce.
La luce.
Il freddo.
Il caldo.
La paura.
Poi ho sentito la tua voce.
E la tua pelle e le tue braccia.
Ed il tuo seno.
C’è qualcosa di caldo da mettere nel pancino, ma tu continua ad abbracciarmi e tenermi avvolto, non lasciarmi perché ho paura.
Mi attacco ogni dieci minuti perché ho bisogno di te.
Ogni tanto è fame, ogni tanto è sete ma tante volte è solo il mio modo per sapere che ci sei ancora.
Di a parenti ed amici che sono tanto bello anche in foto perché ora voglio stare solo con te.
Tienimi vicino.
Fa cucinare papà oppure scongela quello che avevi preparato prima del mio arrivo.
Non è ora di fare master chef mamma.
È ora di scoprire insieme come possiamo vivere separati ma pur sempre vicini.
Non ascoltare gli altri.
Non faccio i capricci e non voglio il biberon.
Il tuo latte mi basta, sono piccino e ci metto tanto a nutrirmi, alle volte mi addormento e fai una cosa: quando dormo io, dormi anche tu.
Lo so che ti senti stanca.
Ma non durerà in eterno questa parentesi.
Usciamo mamma.
Tienimi in fascia, attaccato al seno ed andiamo dove vuoi.
Io non ho bisogno di altro, solo di te.
Aiutami a diventare grande, non farmi piangere, il mio pianto è molto più di una capriccio ma è paura di morire.
Posso sopravvivere solo con te.
Tienimi addosso mamma, sono piccino.
Presto scoprirò il mondo intorno ed avrò più fiducia.
Fammi crescere sereno.
Ci vuole un istante a diventare grandi.
Rilassati mammina, spegni la luce.
Stenditi accanto a me.
Infilami nella maglia e tienimi attaccato.
Accarezzami e baciami e ripeti a tutti e due che andrà bene.
Chiudi fuori dalla porta i consigli non richiesti.
Stiamo vicini mamma, vicini come lo siamo stati fino a ieri, quando ero dentro di te.”
Siamo anche qui

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